Fatica vs tempo

monte fatica 2 copia

É triste sorprendersi spesso a desiderare il fine settimana, scoprire di godere dell’esser giunti al plateau del Giovedì quando finalmente si avverte il potenziale gravitazionale della settimana cambiare sotto i piedi; ritrovarsi a richiamare le forze per affrontare il rush finale del Venerdì mattina per poi lasciarsi andare, come alla fine di una gara sui 100 metri, permettendo alle gambe di girare in libertà godendosi la velocità senza tensione, l’inerzia e il vento fra i capelli. É triste vivere delle aspettative quasi sempre disattese di un fine settimana che si infossa giù fino al raggiungimento dell’agognato pranzo domenicale per poi sentire già la salita nel pomeriggio, dopo l’ammazzacaffè; triste immaginare il proprio volto come quello dell’italiano in gita di una celebre canzone tanto, tanto italica. Eppure – ti dici, guardandoti benevolo – non manca niente! Hai tutto ciò che ci vuole per poter dire “va abbastanza bene, niente paura, stiamo calmi”. A parte alcuni casi spero rari e improbabili in cui è sintomatica di problemi davvero seri, credo che si tratti quasi sempre di una stanchezza culturale. Nel mio caso specifico, è un po’ la traccia di una meridionalità a tratti deteriore, da “martiri professionali” come un’altra celebre canzone riportava. A questa traccia va poi sommato un altro pezzo proveniente dalla così detta “informazione”, quella che ci tiene a ragguagliarci sempre del peggio. Pare che piaccia, che faccia vendere e che il “quotidiano delle buone notizie”, se vi fosse, non avrebbe vita facile (o non avrebbe addirittura una vita). Bene, allora voglio provare a convincermi che il potenziale che misuro sotto i piedi e che mi fa sentire la fatica da “traghettato dal Lunedì alla Domenica” possa essere vissuto in modo diverso.

Sento di riuscire a farlo e alcuni pensieri paralleli a questi che vi sto esponendo, in un certo senso mi stanno già preparando da tempo a un simile passaggio: viviamo di sicuro in un momento molto particolare per l’Italia e per il mondo in generale. Siamo testimoni di un cambiamento globale che, se compreso e domato, potrebbe portarci a vincere un importante rodeo. Eppure, replicando a scala più grande gli atteggiamenti da martiri della settimana che descrivevo più su, ci ritroviamo sempre a teorizzare di arcadie già andate, di periodi irrecuperabili se non tramite la lettura, l’ascolto, la visione di classici che, per quanto magnifici, possono diventare pesantissime zavorre. Possiamo addirittura arrivare a deprimerci al pensiero che le nostre comitive non assomiglino affatto alla legacy di Coltrane, che le nostre serate in giro non possano competere con quelle di chi ragionava (spesso sragionava…) in un bar parigino o in un circolo viennese. Non possiamo però sapere se in futuro saremo considerati speciali, se qualcuno racconterà la bellezza di questo periodo storico, una bellezza che è per noi arduo scorgere nel quotidiano. Forse la soluzione è facile: dobbiamo convincerci sin d’ora che di sicuro qualcosa sta succedendo, anche se ne vediamo solo la parte marcia. Ci hanno abituati a una certa idea di sofferenza necessaria e, guarda caso, chi l’ha capito ne ha fatto un bene di consumo: ce la vende tutti i giorni, ce la fa mangiare, bere, indossare e desiderare. Eppure qualcuno un giorno esalterà alcuni quadri, libri, film, … prodotti proprio in questo periodo e magari arriverà a immaginare profonde connessioni tra gli artisti e gli scienziati di oggi senza sapere che invece si stanno solo sfiorando accennando, nel migliore dei casi, un semplice e fugace cenno di saluto. E allora, che fare? So what (cito, cito…)? Facciamo rete, parliamoci e convinciamoci che stiamo facendo cultura, che a modo nostro siamo cultura! Sì, perché se il marcio che compriamo è opera nostra, nessuno ci fa notare come lo sia anche il buono che snobbiamo come banale e che domani qualcun altro desidererà e comprerà a peso d’oro. Stasera esco e voglio portare in giro un po’ di sano ottimismo per intuire nella filigrana dell’oggi, che sia Lunedì, Martedì, Mercoledì… , quella retorica che qualcuno un domani esalterà così tanto da far sentire quasi in colpa i suoi contemporanei. Spero di riuscirci: questa sì che sarebbe la vera LIBERAZIONE!

Vado

SZ

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